La nostra libertà. Le nostre felicità.

La filosofia non è solo dei filosofi ma è di tutti e può essere preziosa per affrontare la vita quotidiana di ciascuno, migliorandola. Ce lo hanno dimostrato la dottoressa Ada Moretti, counselor filosofico professionista, e la professoressa Milena Cannao, neuropsichiatra infantile, nel seminario di counseling filosofico sociale "Ciascuno a suo modo", organizzato da Fondazione Ariel sabato 24 novembre in Humanitas. 

Una mattinata di riflessione - un viaggio, potremmo dire - che indagando sui concetti di disabilità, esistenza e identità ci ha portato a raggiungere e dare forma alla nostra idea di felicità. O meglio, alle nostre idee di felicità. Perché sul concetto di disabilità non esiste nessuna risposta preconfezionata ma tante domande a cui rispondere, tutti insieme e ciascuno individualmente. Esistono delle definizioni ufficiali, che si basano su norme, criteri statistici e numerici. Citando Georges Canguilheim:“Se ... il normale non ha la rigidità di un dato di necessità collettivo ma la flessibilità di una norma che si trasforma ponendosi in relazione a condizioni individuali, è chiaro che la frontiera tra il normale e il patologico diviene imprecisa”. 

Una menomazione o una limitazione fisica può avere un riscontro oggettivo ma la disabilità, in quanto tale, attiene piuttosto alla percezione, alla sfera soggettiva ed esiste nel momento in cui è riconosciuta dal soggetto. Chi ha una limitazione alla vista, difficoltà a camminare, chi ha una statura sotto la media, o, ancora, problemi di introversione (o estroversione) probabilmente differisce dalla maggior parte delle persone o da ciò che la società di oggi ci propone come norma o come condizione desiderabile ma non per questo si sente necessariamente disabile. Sempre citando il volume “Il normale e il patologico” di Canguilheim: “Anomalia non equivale ad anormalità. Diversità non significa malattia”. 

“Io sono fuori dalla norma condivisa ma parto da me stesso per definire la mia norma e la mia percezione”, ha proseguito la dottoressa Moretti: “Non è sano chi ha una dotazione corrispondente alla norma, bensì chi è capace di costituire la sua propria norma, cioè di stabilire per se stesso che la sua condizione, sia pure difficoltosa in senso concreto, non è per sua stessa natura limitante”. Viene incontro in questa riflessione il filosofo Maurice Merleau-Ponty che nel volume “Fenomenologia della percezione” dice appunto: “Noi siamo liberi di ricostruirci in ogni momento. Noi siamo un nucleo di senso”. “Noi siamo una condizione di vita fatta da tanti elementi diversi interni della realtà che viviamo internamente – spiega la dottoressa Moretti - . Tutto serve, tutto contribuisce, a creare ciò che siamo. I nostri modi di essere, menomazioni e disabilità incuse, non sono altro che condizioni esistenziali, ossia modi alternativi di essere”. "In altre parole - porta avanti il ragionamento la dott.ssa Moretti - la disabilità diventa un modo di essere al mondo diverso da altri – tutti i modi di essere al mondo sono diversi l’uno dall’altro – ma non deficitario, cioè una condizione esistenziale, cioè una condizione di percezione della realtà".

Chiude alla perfezione il ragionamento la citazione di Giorgio Moretti, padre della dottoressa, neurologo e pediatra, che nel libro “La macchina telepatica” dice: «Proprio perché crediamo che non esista una malattia psichica in sé ma soltanto una fenomenica anomala, pensiamo che curare sia innanzitutto rispettare, rassicurare, consentire che la persona possa vivere con dignità anche se le sue strategie sono obiettivamente irregolari».

Ed ecco che – quasi per magia – alla fine di questo viaggio, di pensiero in pensiero, ci ritroviamo a guardare il mondo e noi stessi con occhi nuovi: viene meno la pietra di paragone della salute così come di ogni condizione esistenziale ideale e idealizzata e possiamo immaginare una realtà in cui non composta da una gamma infinita di alternative diverse e sfumature dell’esistenza, ognuna delle quali rappresenta un’autentica fonte di libertà, perché ci consente di vivere - come dice Pirandello - “ciascuno a proprio modo”. Ognuno può definire che cosa sia la propria esistenza, la propria libertà e la felicità.

Il passaggio finale di questa riflessione è completato dalla dottoressa Cannao che, partendo dalla sua esperienza di 40 anni di lavoro sul tema della disabilità fra Area clinica e Area esistenziale, ha provato a creare un ponte fra le due dimensioni, concentrandosi su quest’ultima in relazione al concetto di libertà stimolando una riflessione nei partecipanti. “In ambito esistenziale lo strumento di azione e di riflessione in tema di libertà è senza dubbio l’amore, di cui i titolari primi nella sua dimensione più pura sono i genitori - ha illustrato - . E, in particolare, dell’Amore dono di cui parla Heidegger: quello che consente di porci di fronte alla persona con l'atteggiamento di volerla scoprire e volerla aiutare a essere se stessa – mettendo da parte nostri desideri, volontà e istanze - e lasciare che si manifesti nel suo essere. In altri termini, amare nostro figlio per quello che è non per quello che vorremmo che fosse o per quello che ci dà. Amore dono è ciò che accade quando un destino umano si dona a un altro destino umano".

Scarica le slide del seminario di counseling filosofico "Ciascuno a suo modo"

 

Letture consigliate

Fenomenologia della percezione. Merleau-Ponty Maurice, 1945, riedizione Bompiano 2003

La macchina telepatica. Studi sul discorso schizofrenico. AAVV, Spirali, 1981

Uno nessuno centomila, Pirandello

Nata per te. Luca Trapanese, Luca Mercadante, Einaudi, 2018

Figlia del silenzio / The Memory Keeper's Daughter, Kim Edwards, 2005

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