Elena e Max: il volontariato in Ariel è benessere

“Se non volete fare volontariato per gli altri, fatelo per voi stessi: il senso di appagamento e il benessere che scaturiscono dall’aiutare gli altri, regalano energia e fanno sentire veramente bene.”
Elena Panizza e Max Travaini, 49 anni, milanesi, sono due apprezzati artisti (www.panizza.info) che diversi anni fa hanno deciso di iniziare a prestare servizio di volontariato in Ariel, Fondazione dedicata ai bambini nati con paralisi cerebrali, mettendo al servizio degli altri non solo il loro tempo e la loro generosità, ma anche il loro talento.

Qual è il vostro ruolo nella Fondazione Ariel?
Il nostro impegno principale è quello di prenderci cura dei bambini il sabato mattina mentre le famiglie sono assistite dagli specialisti e progressivamente convocati da Fondazione Ariel. Poi ovviamente, mettiamo a disposizione tutte le nostre competenze artistiche: come illustratori, pittori e grafici ci siamo più volte dedicati a realizzare locandine, libri e così via.

Quali attività svolgete con i bambini?
Cerchiamo di farli stare bene, sereni, ci divertiamo con loro, assecondando il più possibile i loro desideri, le loro esigenze, li facciamo giocare, anche solo un semplice sorriso può cambiare la loro giornata.

Che cosa più vi piace della vostra attività?
La soddisfazione, la sensazione profonda di appagamento, ogni piccolo contributo che dai, lo ricevi indietro con gli interessi: il volontariato arricchisce perché ci si mette a servizio della comunità. Lo sguardo riconoscente dei genitori è sempre un regalo grande. Inoltre, non avendo figli, ci piace stare a contatto con tanti ragazzini. Questa attività ci ha insegnato che non bisogna arrendersi mai, che c’è sempre un motivo per guardare avanti per trovare felicità o perlomeno serenità in mille piccole cose, anche nei momenti più difficili. Infine, abbiamo imparato a trattare in maniera naturale la disabilità, riuscendo a rapportarci con le persone in difficoltà con molta spontaneità, non solo in Ariel ma nella vita di tutti i giorni.

E della Fondazione Ariel, in particolare, che cosa vi piace?
Principalmente che si occupa di dare un sostegno concreto alle famiglie con bambini disabili perché non si limita a far passare del tempo sereno ai bambini, ma segue e orienta i familiari: è molto importante offrire sostegno anche a genitori, sorelle e fratelli. Molte volte anche loro  traggono sollievo nel parlare e raccontarsi. E poi, Ariel è come una piccola famiglia dove ci si conosce tutti e si entra subito in sintonia: ci sono affetto e stima tra di noi, tanto che a volte condividiamo anche momenti di svago al di fuori dalla Fondazione.

Come siete venuti in contatto con le attività di questa Fondazione?
Non siamo stati noi a scegliere Ariel, ma è Ariel che ha scelto noi! Ci piaceva l’idea di operare nel nostro territorio e per caso anni fa abbiamo letto che c’erano dei corsi di formazione con la Fondazione su un giornale locale, dopo poco ci siamo iscritti.

Cosa vi ha insegnato questa esperienza di volontariato?
Spesso le persone che credi indebolite dal dolore sono quelle più capaci di affrontare al meglio le situazioni difficili e di conseguenza sei portato a riflettere su come tu vivi i piccoli disagi, le difficoltà del quotidiano.

Quali sono i momenti più difficili?
I momenti più duri sono stati sicuramente all’inizio, quando entri in contatto con questa realtà così forte. Non sai come comportarti, soprattutto non è facile imparare a gestire le emozioni. Anche adesso può capitare di sentire la frustrazione quando un bambino si lamenta e non riesci a capire quali siano i suoi desideri. Ma sono esperienze compensate da momenti di grande gioia: proprio poche settimana fa c’è stata un bambina che al momento del congedo ha chiesto al papà se poteva rimanere con noi, ci ha fatto enorme piacere!

Avete coinvolto altri vostri amici in questa vostra attività?
Tutti quelli che ci conoscono, amici e genitori, sono coinvolti in questa nostra avventura, e appena ci è possibile cerchiamo di fare nuovi proseliti, anche se ci rendiamo conto che il volontariato è una scelta interiore, che deve maturare prima di tutto dentro di noi. Allo stesso tempo, pensiamo che il mondo in cui viviamo sia molto individualistico, c’è un bisogno estremo di piccoli esempi positivi e gesti umani da seguire: nella nostra vita ci è successo a volte di lanciare un sassolino e vedere poi, che la sfida veniva raccolta da qualche altra persona, così ora speriamo che il nostro esempio possa spingere altri a fare altrettanto. 

 

Intervista di Francesca Galeazzi sul settimanale Miracoli del 15-05-2015.

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